Ispirato a una storia vera: nel 2018 nell'operazione "Tantalo", a Palermo, per svelare l'imbroglio col quale vittime consenzienti erano disposte a farsi rompere braccia e gambe per simulare i sinistri, in modo tale da riscuotere i premi assicurativi
Tutto molto bello se non fosse che dura troppo! Fotografia, costumi e scenografia 10/10 ma presenta molte scene di cui si poteva fare a meno ai fini della narrazione.
Clint Eastwood; 94 anni e non sentirli affatto. Giurato Numero 2 è un legal-thriller di primo ordine, un film che ti tiene incollato allo schermo per tutta la sua durata.
La pellicola pone un'importante riflessione sul senso di giustizia ed il bello è che da pochissime risposte, bensì lascia moltissime domande. Una su tutte: la verità combacia sempre con la giustizia? La risposta è ben più complessa di quanto si possa immaginare. Nicholas Hoult sforna un'interpretazione magistrale che non fa altro che confermare il suo calibro di grande attore. Il suo personaggio, Justin Kemp, viene chiamato ad essere membro di una giuria ad un processo, ma ben presto scopre che il colpevole dell'omicidio di cui l'imputato è accusato, è lui. Questo lo rende un personaggio oscuro, certo, ma in un costante conflitto tra il fare la cosa giusta o la cosa sbagliata: pensare al bene della propria famiglia o pensare di dare giustizia alla vittima. Ma la verità è sempre giustizia? E' giustizia rovinare la vita di un uomo normale, buono ed onesto in cerca di riscatto da un passato grigio, sbattendolo in galera per un crimine che non sa di aver commesso?
Al cast del film si aggiungono altri attori e attrici di notevole spessore: J.K. Simmons interpreta il giurato Harold, un personaggio allegoria della ricerca incondizionata della verità; Toni Collette interpreta l'avvocato Faith Killebrew, personificazione di un sistema di giustizia che prova a portare la vera Giustizia, quella con la G maiuscola, ma poi inserita in meccanismi in cui il mero interesse personale può superare il bene comune. Il finale della pellicola è straziante per la sua emotività, lancinante con un ultimo ennesimo primo piano geniale di Clint Eastwood, vero e proprio maestro di quest'arte (il cinema). A 94 anni sta dietro la macchina da presa come un regista giovane e brillante, senza mai esagerare, senza mai voler essere didascalico e mai banale, cosa che di certo quest'anno a certi registi anche più giovani, seppur già avanti con l'età, non è riuscita.
Giurato numero 2 non è un film banale, non è un legal-thriller come tutti gli altri. Lo spettatore sa cose che i personaggi non sanno, e Eastwood con questo gioca come giocherebbe un bambino con gli omini Lego, ovvero divertendosi. Vedere come si arriva alla "giustizia" è sì interessante, ma allo stesso tempo desolante: quante variabili entrano in gioco quando una giuria è chiamata ad esaminare le prove e, in un secondo momento, elaborare un verdetto. Uno dei migliori film dell'anno porta la firma di Clint Eastwood alla regia e quella di Jonathan Abrams dietro una geniale sceneggiatura che prende vita con i movimenti di macchina del Maestro.
Nudi e felici ha tutte le caratteristiche di un film in ritardo sui tempi. Perché se la perdita del posto di lavoro è purtroppo cronaca quotidiana e l'ironia sulle caratteristiche che dovrebbe avere un documentario HBO è sufficientemente pungente, il resto è retroguardia. L'elenco degli elementi scontati sarebbe amplissimo. Se ci concentriamo solo sulla comunità di Elysium possiamo trovare la presa in giro del vegetarianismo portato all'estremo, le battutacce sul nudismo, l'ironia sulle conseguenze della condivisione della proprietà, il vecchietto semisvampito che ricorda i bei tempi, il facile dileggio delle pratiche di meditazione ecc, ecc.
Ovviamente i nostri due protagonisti si trovano ad amare e odiare queste modalità di vita coadiuvati in questo da un capo-comunità tanto seducente quanto ambiguo. Un tocco poi di pruderie viene fornito dalle loro reazioni dinanzi alla possibilità di praticare sesso libero. Se poi ci si aggiunge la solita impresa che vuole espropriare tutto per costruire un mega casinò si può ben comprendere come la fiera dell'ovvio abbia fatto tappa in questo film di produzione Apatow. Se poi avete letto da qualche parte che Aniston mostra il seno non illudetevi: non lo vedrete.
A David Twohy piacciono indubbiamente le storie in cui la tensione si possa quasi toccare con mano. È il caso di questo suo film in cui l'incanto della Natura contrasta apertamente con il progressivo incupirsi della vicenda. Maestro nel depistaggio narrativo, il regista (in questo caso anche sceneggiatore) si diverte a giocare con lo spettatore spingendolo a dubitare di tutti i protagonisti. Finisce così in definitiva con il gratificarlo permettendogli di pronunciare il più classico degli "L'avevo detto io!" Collabora con lui un gruppo di attori su cui spiccano l'introversione di Steve Zahn e la solare maturità di Milla Jovovich. Non a caso, forse, il Cliff di Zahn si dichiara sceneggiatore agli inizi. Twohy ha superato da tempo quella fase ed è consapevole della sua abilità nel muovere i fili dei suoi personaggi.
Con un film come questo ci si può ulteriormente dilettare scommettendo sul finale con chi ci sta a fianco al termine della prima mezz'ora. Per alcuni sarà forse scontato. Per altri no.
Insolito film di animazione, non vi è alcun dialogo ma ciò nonostante non se ne sente la mancanza. Veramente ben fatto, romantico e aggraziato. Sicuramente da vedere
La commistione dei generi è ormai da tempo uno degli elementi portanti di una parte rilevante del cinema mainstream. Anche questa volta viene tentato l'esperimento (nello specifico fantascienza/antichità) e i risultati si possono considerare soddisfacenti. Lo sono in modo particolare nella prima parte in cui si costruisce (rifacendosi anche al cinema classico che di macchine del tempo e di "americani alla corte di Re Artù" ne ha sperimentati tanti) lo scontro/incontro tra i nativi e l'alieno dalle sembianze umane.
In particolare ci permettiamo di segnalare la scena in cui Kainan cerca di spiegare a Freya, con termini comprensibili, i conflitti del mondo da cui proviene. Nella seconda parte in cui il mostro (nato dalla creatività di Patrick Tatopoulos che è il padre degli alieni di Independence Day) comincia ad imperversare, il rischio di debordare nello stile Alien vs Predator si fa presente. Però poco importa.
Ben vengano i film che, senza pretese ulteriori, ci offrono (debitamente e tecnologicamente aggiornate) delle storie in cui non è la verosimiglianza a dettare legge ma le regole sono altre. Sono quelle della fiaba a cui, ogni tanto, non fa male fare ritorno. Per il puro gusto di divertirsi fantasticando.
Siamo di fronte a un'operazione che vorrebbe vivere di gloria riflessa (il film capostipite viene citato più di una volta) e fatica a trovare una propria identità. Tranne che nell'episodio, dalla grafica raffinatissima e dalla storia che parla di 'vinti' che si riscattano, dedicato alla Rapsodia in blu di George Gershwin. Lì si vede cosa sarebbe potuto essere Fantasia 2000e invece non è.
Commedia romantica corale, Mother's Day fa pienamente sua l'estetica blockbuster: narrativa senza asperità, trionfante exploitation divistica, centrifuga di citazioni smaltate. Dopo Pretty Woman, Appuntamento con l'amore, Capodanno a New York, Garry Marshall, specialista del genere, firma un'altra sfilata di cuori ardenti e una galleria di star (Julia Roberts, Jennifer Aniston, Kate Hudson, Jason Sudeikis, Jennifer Garner, Héctor Elizondo, Robert Pine), a cui offre una chance e una generosa porzione d'amore. A questo giro di favola la cornice è il 'mother's day', il motore il cuore delle mamme che attendono la ricorrenza per fare il punto delle loro vite e delle loro relazioni con prole, mariti e genitori. Perché le mamme non smettono mai di essere figlie di mamme che non cercano più o di mamme che continuano a cercare.
Contro o abbandonate, le protagoniste di Marshall avanzano nella vita e verso l'happy ending senza incrinare mai la glassata piacevolezza di una commedia gioiosa e illuminata da Jennifer Aniston, l'amatissima Rachel Green di Friends, di cui l'attrice riproduce le gaffe e i pasticci, rinnovando un contratto affettivo col pubblico. Indimenticabile stella del divismo televisivo, la Aniston, pom-pom girl, aliena telepatica o madre di famiglia, resta legata al ruolo che l'ha rivelata incarnando per sempre la 'ragazza' della porta accanto, la vicina frivola e amabile con cui condividere volentieri caffè e confidenze.
Riconfermata è pure la brillante fotogenia di Julia Roberts, pretty girl di Garry Marshall che ancora una volta la introduce in scena con falcate folgoranti e gambe nude. Tra le 'mammine care' (nel senso del cachet) e la loro svettante presenza si insinuano i volti e il talento fresco di Britt Robertson e Jack Whitehall che resistano al matrimonio ma poi convolano a nozze tra un motto di spirito e un brindisi al pub. Di essenza corale e semplificazione estrema della formula romantico-familiare, Mother's Day si svolge ad Atlanta e promette una felicità essenzialmente borghese. Tra affettazione e ricerca di consenso, la nuova commedia di Marshall miscela cliché per distillare alla fine un categorico e (s)confortante messaggio: di mamma ce n'è una sola. Che vi approvi o disapprovi, vi accolga o abbandoni, vi voglia per sé o vi condivida, viva solo per voi o sia incurante, la mamma ha sempre 'buone intenzioni' e un amore incondizionato, almeno fino a quando osservate il tipo di vita che ha sognato per voi. Ma siamo pur sempre in una commedia di Garry Marshall, che converte il disagio in bailamme e il maternage in caricatura, conciliando madre e figli su un carrozzone senza freni.
Uno degli applausi piu' lunghi alla proiezione stampa di Cannes 2004. Perche' tutti i giornalisti presenti sono 'comunisti'? Sicuramente no. Perche' credono che Castro sia solo un benefattore dell'umanita'? Ancora una volta la risposta e' no. Allora perche'? Perche' di fronte a un cinema o sempre piu' plastificato o sempre piu' povero di idee, un film che propone la gioventu' come 'luogo' in cui scoprire dei valori personali e decidere di impegnarsi per degli ideali, risponde a un bisogno profondo. Due studenti che non si fanno di droga, che non rubano, che non scopano ogni ragazza che incontrano ma che si mettono in viaggio come spericolati turisti e si trovano alla fine 'uomini' perche'cambiati dentro fanno pensare che l'utopia (pur con tutte le sue possibili distorsioni nel momento in cui entra in gioco il potere) non puo' morire. Una bella lezione 'morale' senza moralismi ne' agiografie.
La scuderia Disney offre un nuovo esempio di animazione senza eguali, questa volta purtroppo non supportata da una storia all'altezza.
Dopo il più che lodevole The Descent e il grottesco Dog Soldiers, Neil Marshall realizza con Doomsday, una sorta di collage di altri film, mescolando i grandi classici della fantascienza post-atomica anni '80 (Mad Max e 1997: Fuga da New York in primo luogo) e il film di zombie contemporaneo (Resident Evil e 28 giorni dopo, di cui sembra quasi di rivedere le immagini, fosse anche solo per l'ambientazione britannica). Nessun eroe mitico e sfaccettato come Iena Plissken o Mad Max dunque, ma una Rhona Mitra nei panni di una macchina da guerra, indistruttibile (ingiustificatamente) e che fa un po' il verso alla Mila Jovovich di Resident Evil, finendo per creare un personaggio ormai di genere, di cui non si sentiva certo la mancanza: quello dell'eroina post-apocalittica.
Nella zona contaminata si va dal classico mondo arcaico-grottesco, punk e sado-maso, a una sorta di società medievale dominata da un tiranno-dio impersonato da Malcolm Mc Dowell, con tanto di costumi, drappi e armature recuperati misteriosamente (rinvio a Highlander?). Di originale poco o niente.
Doomsday è un bricolage non solo di generi ma di intere sequenze rubate ad altri film (tra cui Alien 2 o Interceptor), giustapposte in maniera insensata e fracassona. Decerebrato e consapevolmente trash come si presenta, il terzo lungometraggio di Marshall potrebbe persino risultare divertente e il ritmo sostenuto aiuta a non perdere mai l'attenzione, non fosse che la totale mancanza d'idee nuove rende la pellicola emozionalmente piatta: il genere è fin troppo codificato per stupire di fronte a scene già viste altrove.
In bilico tra l'omaggio, la parodia e il più banale remake commerciale, Doomsday, non sapendo da che parte stare, risulta in fin dei conti privo di pathos, prevedibile e sostanzialmente senza grande interesse.
In genere lo schema della commedia sentimentale è abbastanza semplice: superare tutta una serie di ostacoli prima di poter coronare il proprio sogno d'amore. Qui il meccanismo si ribalta, infatti i due instaurano fin dall'inizio un rapporto molto fisico ma che non ha solide basi affettive, poi però impiegano sette lunghi anni prima di essere in grado di riconoscere i propri sentimenti. Questo escamotage è l'unico espediente degno di nota di una commedia che narra una vicenda caratterizzata da incontri più o meno casuali e da dialoghi degni di una fiction serale di Mtv; una vicenda che dovrebbe commuovere e appassionare ma che finisce per lasciare lo spettatore piuttosto indifferente, non certo aiutata da una recitazione priva di vitalità - che sembra reggersi soltanto sugli ammiccamenti sexy di Amanda Peet - e da personaggi privi di uno spessore psicologico definito.
E' questo il caso di Spanglish, scritto e diretto da James Brooks, che gioca sul mix fra la famiglia tipica americana e la cultura ispanica, cadendo irrimediabilmente, nella versione italiana, sul doppiaggio, che non riesce a rendere completamente malintesi e incomprensioni ispirati dai differenti idiomi.
John Clasky(Adam Sandler), cuoco di rinomata fama, e Deborah (Tea Leoni) Clasky, da poco disoccupata, sono una coppia in crisi con due figli.L'arrivo della governante Flor (Paz Vega), ragazza messicana di notevole presenza, nella borghese, benestante e problematica famiglia, crea ulteriore scompiglio fra i coniugi, che si devono districare, in aggiunta, con lo spagnolo stretto della nuova arrivata che ha in sua figlia l'interprete delle sue intenzioni.
La già citata lunghezza del film e il poco fluido intreccio basato sulle differenze culturali non danneggia completamente le ottime interpretazioni di Sandler, Tea Leoni e di Cloris Leachman, cinica e ironica madre di Deborah immersa in alcool e passati musicali, che reggono sulle loro spalle un film divertente nella prima parte, ma che perde lentamente smalto quando finisce in riflessioni dolciamare sulla vita, poco adatte al tono di voce dichiarato fin dall'inizio.
In Spanglish più che "in troppi a parlare", si parla sinceramente troppo.
Rosemary Sutcliff nel 1954 pubblicò "The Eagle of the Ninth" che divenne subito un best seller. In esso si romanzava un dato che sta fra la storia e la leggenda. C'è chi legge la scomparsa della Nona Legione romana come un segno della vittoria del Davide indipendentista sul Golia imperiale e c'è chi ritiene invece che la Legione fu semplicemente trasferita dal nord dell'attuale Inghilterra al Medio Oriente. Il dato storico però poco interessa a Kevin McDonald il quale, spesso in equilibrio tra documentario e finzione, questa volta si lascia andare al narrare in un film di confronto virile aderendo e al contempo evitando gli stilemi del genere. Perché se i guerrieri autoctoni ricordano quelli di Apocalypto, nella loro fantasmatica tribalità siamo però lontani dalla ricostruzione alla Valerio Massimo Manfredi così come dall'epicità de Il gladiatore o dall'esibizione muscolare di Spartacus: Sangue e sabbia.
È un film di attese The Eagle. Attesa di una dimostrazione di coraggio. Attesa di un riscatto morale. Attesa dello svilupparsi di un relazione padrone/schiavo che potrebbe giungere anche al ribaltamento. Non mancano gli scontri fisici ma non assumono mai la dimensione dell'iperrealismo a cui 300 sembra avere sottomesso una parte dell'immaginario cinematografico-televisivo. È una ricerca di ruoli oltre che di un simbolo di potere e di onore il percorso che i due protagonisti compiono (a proposito: le promesse che avevamo visto nel Jamie Bell di Billy Elliot sono state mantenute). Così formazioni a testuggine e sottogola che lasciano cicatrici indelebili diventano occasioni per raccontare di uomini che credono in ciò che fanno anche se la vita è pronta ad offrire loro punti di vista inattesi che potrebbero mutare il senso stesso del loro agire.
Dedicato alla ricostruzione di quanto accadde fra i Windsor nella settimana successiva alla morte di Diana Spencer, il film è innanzitutto una sublime prova d’attrice, genere in cui Frears si è andato specializzando poi negli anni mettendo a punto splendidi veicoli per Judi Dench e Meryl Streep. Qui Helen Mirren raggiunge uno dei vertici della sua carriera ricostruendo i tormenti interiori di Elisabetta, costretta alla maschera dell’ufficialità – che la gente, non a torto, scambia per freddezza visti i burrascosi rapporti con la ex nuora – quando nell’animo si combatte lo scontro tra comportamenti passati e sentimenti presenti scatenati da un decesso che origina un’ondata di commozione popolare. Smodata, come sostiene il brillante ma antipatico Tony Blair di Michael Sheen, ma reale e con cui confrontarsi, ignorando le insistenze in senso contrario della più rigida regina madre (Sylvia Syms) e di un Filippo (James Cromwell, noto dalle nostre parti soprattutto per aver interpretato il padrone del coraggioso maialino Babe) snob oltre ogni limite. Siccome la sceneggiatura di Peter Morgan non si preoccupa di celare simpatie e antipatie, dei restanti membri della famiglia Windsor esce bene il solo Carlo (Alex Jennings), capace di superare le proprie paranoie attraverso l’affetto per i figli e il ricordo della ex consorte, mentre, come detto, Blair non ci fa una gran figura visto che è rappresentato come un opportunista pronto a cogliere l’occasione. Malgrado l’ottima riuscita degli attori e l’attenta guida del regista, il film si mantiene però on gradino sotto ad altre opere di Frears e forse la causa è da individuare in un’eccessiva aderenza alla realtà – molti sono i filmati d’archivio – che spezza il crescendo emotivo creato attorno alla regina. Non si può comunque dimenticare il notevole valore della parte iconografica sotto la direzione di Affonso Beato: oltre alla scelta degli affascinanti e desolati paesaggi scozzesi, davvero indovinata l’idea di utilizzare due diversi formati per girare negli ambienti aristocratici (35mm) e borghesi (16mm), accentuando dal punto di vista visivo quella differenza anche mentale tra i componenti le due classi che Cherie Blair (Helen McCrory) vorrebbe così volentieri abbattere.
Appassionata lezione sulla democrazia nordamericana, sul colonialismo e la schiavitù, ma S. Spielberg non sale in cattedra, scende tra gli spettatori e li coinvolge emozionandoli come aveva già fatto con Il colore viola, L'impero del sole, Schindler's List. A dire le sue virtù basterebbero le scelte di D. Hounsou _ il capo della rivolta, splendida icona della negritudine _ e di A. Hopkins _ John Quincy Adams, 6° presidente degli USA.
Chi ricorda Vin Diesel impegnato in Missione Tata potrà essere immediatamente portato a pensare che ci si trovi di fronte a una stanca rivisitazione dell'argomento. Non è così. Ovviamente siamo in presenza di un film che si rivolge ad un pubblico di preadolescenti e che non ha altra pretesa se non quella di divertire, magari esagerando un po'. Perché (fortunatamente) Jackie Chan non è Vin Diesel e lascia la legnosità a totale appannaggio del collega per sbizzarrirsi nella costruzione di un personaggio che può avere al contempo le caratteristiche del timido vicino di casa e della spia più spericolata. L'attore/regista cinese ha piena consapevolezza nell'uso del proprio corpo (addestrato a una miriade di arti marziali) ma anche del proprio sguardo che può essere (a seconda delle necessità e credibilmente) deciso, ammiccante, sornione, dubbioso, tenero. Ovviamente la credibilità si ferma lì perché per il resto va accettata con una robusta sospensione dell'incredulità questa vicenda in cui si utilizza tutto l'armamentario delle spie cinematografiche votate all'entertainment. Con, ciliegina sulla torta, gli immancabili russi cattivi che, anni e anni dopo la caduta del comunismo, sono ancora vogliosi di impadronirsi delle risorse petrolifere del mondo intero per distruggerle. È da loro che Bob dovrà difendere i futuri figliastri i quali sono rigorosamente divisi per fasce d'età sperando così di raggiungere un pubblico più vasto. Se non in sala almeno sul televisore di casa.
Realizzare un remake comporta sempre alcune variazioni rispetto all'originale, che influiscono conseguentemente sul risultato finale. Neil Labute, ambienta Wicker Man ai giorni nostri (molto meno trasgressivi degli anni '70 in cui l'originale aveva luogo), affidando il ruolo di Edward a Nicholas Cage, cambiando quindi la prospettiva e spostando il peso dell'intero film sul "visitatore-salvatore", rispetto alla versione precedente. Nel 1973, Robin Hardy, aveva preferito porre l'accento sulla comunità pagana, che aveva come capo, Cristopher Lee, sul quale era catalizzata l'attenzione. Tutti i riti e la processione finale (presenti in entrambe le versioni) acquisivano molto più risalto e interesse. Lo spostamento del baricentro su Edward trasforma Wicker man in qualcosa di più simile a The Village, con tonalità da horror-mistery, lontane dalla ritualità neo-pagana, parallela, come concezione, al desiderio di libertà e condivisione del 1968.
Oltre a un'interpretazione mediocre di Cage, il film soffre infatti di una attualizzazione commerciale della sceneggiatura, ripulita dalle sequenze politicamente scorrette o potenzialmente rischiose (Hollywood non ama le tematiche religiose), che lo trasformano in un semplice lungometraggio di genere.
Nicolas Cage si era già confrontato con tematiche relative alla religione. L'occasione migliore gli era stata offerta in Al di là della vita. Dietro alla macchina da presa c'era Martin Scorsese, qui invece c'è un certo Vic Armstrong più famoso come stuntman che come regista (questo è il suo secondo film e il primo risale a più di vent'anni fa). Ci si chiede perché Cage ogni tanto abbia il bisogno di affidarsi a mani inesperte e ad accettare remake di bassa qualità. Nel passato (tanto per fare un esempio) si andò a confrontare, in Il prescelto, con un cult movie che aveva come fulcro Christopher Lee, perdendo nel confronto. Qui ci si rifà a un film del 2001 con protagonista Kirk Cameron e quindi l'impresa poteva apparire più semplice.
Il problema è che il plot di base vorrebbe entrare nel filone 'fine del mondo' ma lo fa con accenti talmente manichei da risultare risibile. I buoni si ritrovano tutti da una parte (allo spettatore spetta scoprire quale, facendo riferimento a un passo biblico che magari ricorda) mentre i 'cattivi' vengono caratterizzati con tipologie davvero monodimensionali: il fedifrago, il rancoroso, l'arabo (poteva mancare?), la tossicodipendente ecc. Non è possibile rivelare di più, pena l'anticipare quel poco di sorpresa che il film offre nel suo continuo alternarsi tra la situazione dell'aereo in volo e ciò che accade a terra. Tra le innumerevoli domande che ci si possono porre una nasce sul finale: perché compiere tutti quegli sforzi se... ?
Dopo aver sbaragliato Cesare, dopo essere stati in missione per Cleopatra, dopo aver vinto le Olimpiadi in una gara di bighe, Asterix e Obelix si mettono addirittura al servizio di sua Maestà la Regina di Britannia. Più scaltri e colorati dell'agente di Ian Fleming, i celebri galli di Uderzo e Goscinny sono diretti questa volta da Laurent Tirard, che ha già praticato il fumetto e messo in schermo con ironia e sensibilità Il piccolo Nicolas disegnato da Jean-Jacques Sempé e scritto (di nuovo) da René Goscinny. Il fumettista e umorista francese assiste allora un'altra regia di Tirard confermando la sua passione per i 'discoli' a fumetti e per i desideri in forma di nuvole.
Traduzione 'dal vero' degli albi "Asterix e i Britanni" e "Asterix e i Normanni", Asterix e Obelix al servizio di sua Maestà riconferma Gérard Depardieu e la somiglianza che l'attore francese intrattiene col suo omonimo di carta, restituendone 'pienamente' l'aura. Il volto di Depardieu, smisurato e 'abboccato' (tras)portatore di menhir, è in grado da solo di colmare gli inevitabili vuoti di un cinema ostinato nell'ennesima versione di Asterix. La ripetizione finisce di fatto per togliere freschezza e sorpresa a un universo creato da una ricostruzione filologica dell'antico che non disdegna incursioni nel mondo contemporaneo. Asterix, interpretato questa volta da Édouard Baer, sembra invece soffrire il passaggio dal tratto alla ripresa cinematografica.
Accompagnato da un cast internazionale, 'governato' con allure francese dalla regina inglese di Catherine Déneuve e tiranneggiato con posa vanesia dal Cesare di Fabrice Luchini, Asterix dovrà vedersela questa volta coi romani più credibili di Filippo Timi, Luca Zingaretti e Neri Marcorè. Se i costumi garantiscono l'effetto grafico dell'originale, la sceneggiatura di Tirard e Vigneron riesce in qualche occasione a rendere la piena ironia di Goscinny, la creatività che porta scompiglio e si risolve sempre in modo giocoso.
Al di là delle buone e risaltate intenzioni, della scrittura dotata e della regia vivace di Laurent Tirard, Asterix e Obelix al servizio di sua Maestà soffre il principio di serialità, ovvero lo sfruttamento intensivo di un personaggio e delle sue avventure. I galli 'letterari', di cui il parco a tema (in Francia) e i film non sono che un tributo, pagano oggi il pegno delle icone disneyane, personaggi-merce 'svecchiati' per piacere ai più giovani e dispiacere inevitabilmente i vecchi cultori.
Ispirato allo stesso libro da cui Andrei Tarkovski trasse materia per il suo grande film questo remake è la prova definitiva che Steven Soderbergh non riesce più a sperimentare negli stretti ambiti della standardizzazione americana ma ha bisogno di altri respiri tematici e visivi. Ecco allora che confeziona un film troppo cerebrale per il pubblico americano anche se 'spinto' da una star del calibro di Clooney. Ma fa di più: si libera dalla presenza del regista russo (omaggiandolo con la presenza della pioggia che nell'originale era simbolica e qui a volte sembra di occasione) costruendo un finale nettamente divergente dal suo (con qualche accenno anche a Blade Runner) e puntando la sua attenzione sul rapporto di coppia più che sulle ossessioni del collettivo di astronauti. Questo dà nuova linfa alla vicenda e può costituire un'interessante riflessione sulle strategie dei remake.
È dal lontano 1996 (Music Graffiti) che Tom Hanks non dirigeva un film per il grande schermo. Torna a farlo ora scegliendo nuovamente se stesso come protagonista e facendosi affiancare nello scrivere la sceneggiatura da Nia Vardalos (a cui Hanks aveva prodotto Il mio grosso grasso matrimonio greco). Proprio qui sta il problema di un film che perde a un certo punto per strada le ottime premesse. Perché Hanks con quella faccia un po' così e quell'espressione un po' così (e con un Forrest Gump nel curriculum) è perfetto per interpretare il ruolo di Larry Crowne. Un addetto di supermarket coscienzioso che si vede messo alla porta per una filosofia aziendale assurda tanto quanto lo è il comportamento dei dirigenti nei suoi confronti. Il suo stupore meditabondo nei confronti di un mondo che va alla rovescia è di quelli che lasciano il segno (così come la scena del rifornimento alla stazione di servizio in cui comprende di non potersi più permettere l'auto). Lo stesso vale per il suo spaesamento nei primi giorni di college come per il rapporto che si instaura con la frizzante e materna Celestia (un'ottima Gugu Mbatha-Raw che il cinema farebbe bene a strappare alla televisione). Peccato però che progressivamente Vardalos, facendo leva sul personaggio della professoressa, spinga il pedale sull'acceleratore dei rapporti di coppia dimenticando ciò che era stato in precedenza suggerito. Così alla fine è lo spettatore che, al posto di Larry, comincia ad avvertire un certo disagio. Credeva di star assistendo a una commedia amarognola sul disagio multiplo dei nostri tempi e si ritrova di fronte a un film sentimentale. Costretto così a dare atto ai titolisti italiani (sempre pronti ad indirizzare il pubblico al di là del senso del titolo originale) che, in effetti, lo avevano avvisato.
Il tredicesimo piano è arrivato in Italia nello stesso anno di Matrix, ma non ha riscosso il medesimo successo. Anche se è da prediligere il meno noto. Il perché è semplice: questo film è complesso come il primo ma non ha bisogno di una trilogia per offrire una spiegazione razionale e credibile.
È un ottimo thriller fantascientifico, senza tempi morti e con una trama complessa ma che appare del tutto chiara quando i fili della matassa (o quelli dei circuiti) si sbrogliano. Il regista ha svolto un ottimo lavoro e i protagonisti non sono stati da meno forse, in questo caso, la colpa è attribuibile interamente al marketing.
Basato come Destino cieco di Kieslowski sul tema del caso (e del libero arbitrio), il fim d'esordio dell'ex attore P. Howitt, autore anche della sceneggiatura, diventa aguzza e sapida commedia in bilico sul melodramma, con dialoghi frizzanti e un uso sagace degli stereotipi, dei personaggi, degli incastri. Un divertente gioco a carte scoperte in cui la bionda G. Paltrow è la carta vincente.
Ventotto anni dopo Il tempo delle mele Sophie Marceau è di nuovo alle prese con le delicate problematiche adolescenziali che stavolta la vedono dall'altra parte del gap (generazionale). I tempi sono cambiati dal ballo a ritmo lento di "Reality", i ragazzi comunicano attraverso Msn e sms, s'innamorano sulle note dei Keane e ascoltano i Rolling Stones sull'Ipod mentre i genitori parlano a vuoto. Lisa Azuelos sembra non aver fatto altro nella vita che osservare i giovani di oggi, tanto appare realistico il ritratto che ne fa in Lol. Il suo sguardo pieno di comprensione si posa sulla confusione dell'età dei primi amori, delle prime ribellioni alle istituzioni (scolastiche e familiari) e sul desiderio dei ragazzi di trovare una propria identità, che sia attraverso il look o la musica. Allo stesso tempo si allarga al mondo degli adulti analizzando con grazia il divario genitori-figli visto dall'una e dall'altra parte della barricata.
Divisa per trimestri con tanto di viaggio scolastico a Londra, la commedia della regista francese non accentua i profili degli adolescenti come ci ha abituato un certo cinema italiano di recente produzione (Scusa ma ti chiamo amore, Albakiara, Un gioco da ragazze). Non trasforma il teenager in una macchietta angelica o diabolica né lo fa sembrare stupido. Non lo pone al centro di una realtà fiabesca o al contrario estremamente nera e violenta, perché nella vita esistono le sfumature e si può parlare della nuova generazione senza doverla per forza immergere in un contesto stereotipato o esagerato. Gli studenti e le studentesse di Lol parlano in codice, disobbediscono ai genitori, fanno sesso, prendono brutti voti a scuola, bevono e fumano spinelli di nascosto, seguono la moda e amano le feste, ma non sono mai sopra le righe di un copione scritto a colpi di cliché. Nella loro ribellione sono sobri e per questo più reali offrendosi facilmente all'immedesimazione dello spettatore coetaneo. Impreziosito da dialoghi genuini e da situazioni non simulate, il film della Azuelos rappresenta una felice sorpresa nel panorama del cinema giovanilistico e apre la strada a un nuovo modo di vedere la cosiddetta Generazione K nel tentativo di ridurre il divario attraverso la comunicazione.
La nuova commedia italiana non è più interessante della vecchia, quella dei cinepanettoni per intenderci, ma mette in luce delle diversità rispetto a una scena comica affezionata a modelli tenaci e incrollabili. Archiviati i luoghi esotici, il Nord e il Sud del Belpaese diventano il territorio da occupare, rilanciando con forza e risate l'unità nazionale. Unità sponsorizzata dall'efficienza delle poste italiane, dalla velocità alta delle sue ferrovie e dalla praticabilità delle sue autostrade, che esprimono la dinamicità di personaggi sempre diversi da com'erano al principio o al 'casello' di partenza. Tra una raccomandata e una Freccia rigorosamente rossa si fa l'Italia e si fanno gli italiani, incarnati da Claudio Bisio e Alessandro Siani, di nuovo alle prese coi cliché regionali, poi messi in discussione, superati e rimpiazzati con altri più abusati. Dopo il meridione di Castellabate, spetta al settentrione milanese essere declinato in stereotipo. In direzione ostinata ma contraria, Benvenuti al Nord serializza il format francese a firma Dany Boon (Giù al Nord) e intraprende un viaggio prevedibile verso il 'freddo' capoluogo lombardo, che si rivelerà neanche a dirlo altrettanto accogliente e gioioso.
Congedato Massimo Gaudioso e arruolato Fabio Bonifacci, la commedia di Luca Miniero riprende il benvenuto scorso con pochissime novità, riconfermandone la perfetta calibratura, gli ingredienti e i protagonisti sempre radicati nei tempi e nei ritmi degli sketch televisivi. Se il personaggio di Bisio scopriva a Sud il sole e il mare, la bonarietà e l'ospitalità della sua gente, quello di Siani imparerà il fascino della nebbia, sparata artificialmente, e il senso civico del milanese, che lava le strade di notte, combatte le polveri sottili, mette il casco in moto, in bicicletta e sul lavoro. Un anno trascorrerà tra happy hour e happy night, prima che il Mattia, perché il milanese ammette l'articolo determinativo davanti al nome proprio, possa trovare la maturità e ritrovare la sua procace Maria.
Benvenuti al Nord, come il precedente capovolto, è soltanto una favola che promette di incrinare la tenuta degli stereotipi nell'immaginario collettivo mentre li conferma, che reitera modalità (ri)creative e produttive, che costruisce tutto sulla parola e niente sull'idea di visione. Se Bisio e Siani non fanno una stella, sprovvisto di profondità (e fisionomia) drammatica il primo, epigono sbiadito dello stupore malinconico di Troisi il secondo, Paolo Rossi produce un firmamento interpretando (ancora una volta dopo RCL) il 'metodo Marchionne'. Corpo solista si incarica di riempire una scatola vuota con la deflagrazione della sua comicità mimica e verbale.
La prima parte del film ricalca la storia precedente facendo ripercorrere a Brent (James Franciscus) le vicissitudini di Taylor, ma la seconda parte è originale, interessante e suggestiva. Il cupo mondo di gallerie pervase da un'atmosfera di religiosità folle e pagana è un'ottimo esempio di quello che sarà poi definito cinema post-apocalittico. Poco apprezzato dalla critica, L'altra faccia del pianeta delle Scimmie è, tuttavia, un film di buon livello nel quale la spettacolarità si coniuga bene con una riflessione profondamente pessimistica. Le realistiche maschere delle scimmie sono opera, ancora una volta, dell'esperto John Chambers.
Che sia per anglofilia o per distinguersi da quel cinema peplum che, dalla fine degli anni Cinquanta alla metà dei Sessanta, conquistò le nostre platee, il nome dell'eroe delle sette fatiche non è stato tradotto in italiano, come fu al tempo dell'omonimo cartone della Disney. Ma qui il tono non è felicemente bambinesco, né giocoso come allora, piuttosto piatto, monocorde, senza vibrazioni e scosse, anche quando entrano in scena i due antagonisti oppure si mostrano gli intrighi di palazzo. Patinato, tracimante di sequenze ad effetto, fasullo in molti momenti, Hercules: La leggenda ha inizio guarda direttamente a Il gladiatore, a partire dal meccanismo "esilio/riscatto nell'arena/vendetta" vissuto dal protagonista per finire, addirittura, con alcuni chiari elementi visivi (si pensi solo ai pulviscoli nell'aria, tipici di Ridley Scott). Al netto dei pochi riferimenti alla sua natura per metà divina, c'è soltanto qualche sequenza d'obbligo per ricordarci qual è l'eroe che abbiamo davanti, il personaggio di Hercules passa per una versione estremamente semplificata del Massimo Decimo Meridio di Russell Crowe: anche lui subisce le angherie di un principe tanto malvagio quanto vigliacco, così come conquista una nuova consapevolezza soltanto dopo essersi misurato con gli scontri nelle arene.
Regista di action, con qualche merito nella sua discontinua filmografia, Renny Harlin non dimentica inoltre il modello di 300, di Centurion e di altri neo-peplum successivi, sebbene finisca con il restituirne una versione sempre semplificata, zuccherosa nonostante la violenza, edulcorata. Non soltanto per la scelta, certamente infelice, di Kellan Lutz nel ruolo principale, ma soprattutto per un'inattendibilità palpabile che attraversa tutto questo lavoro diviso tra (fasulla) estetica della potenza e compromessi con l'orizzonte del teen movie, voglia di respiro epico e impossibilità di ricrearlo. Anche a livello esclusivamente tecnico non ci sono particolari note di merito.
Goro Miyazaki, figlio del più celebre Hayao, per il suo debutto animato si è ispirato al terzo volume della saga fantasy di Ursula Le Guin, "Earthsea". Il film si concentra sulla figura di Arren, principe adolescente in un mondo che accumula indizi e presagi oscuri, anticipando la rappresentazione terrificante della morte. La magia di Aracne non aggiusta gli eventi ma li guasta, alimentando nel giovane principe la paura della morte e il desiderio innaturale dell'eternità. Aracne ha il carattere e le caratteristiche di un "signore oscuro": produce un'energia soprannaturale, infligge maledizioni ed è ossessionato dall'immortalità. Arren, sotto l'effetto di un sortilegio che nutre la sua paura di morire e perciò di vivere, combatte l'irriducibilità della morte con la quale alla fine viene ai patti, perché per quanto desiderabile la vita eterna è contro le leggi di natura.
La base narrativa della scrittrice californiana è sviluppata graficamente e artisticamente dallo Studio Ghibli, lo stesso che da sempre "traduce" le tavole di Hayao Miyazaki. Nei Racconti di terramare di Miyazaki jr. si avvertono numerose somiglianze con le produzioni del genitore: lo spunto ecologista, la predilezione per la materia fantasy, la relazione tra il nome e l'identità della persona, gli elementi della mitologia nipponica fino al character design dei personaggi. Ma le migliori intenzioni non bastano al figlio, che anima una brutta copia delle opere del padre, banalizzandone il relativismo morale, trascurando le qualità caratteriali dei protagonisti e semplificando la poetica della scrittrice americana. I personaggi sono introdotti in media res e privati del passato che ha suggestionato la loro vita e condizionato il loro agire. Come il principe Arren, Goro dovrebbe freudianamente "uccidere" il padre: per assorbirne la potenza e la colta visionarietà, per fondare (forse) una nuova mitologia animata.